Scienziati del Cedad scoprono: l’uomo navigava già 8.600 anni fa

  • In LECCE
  • ven 04 Ottobre 2019
Scienziati del Cedad scoprono: l’uomo navigava già 8.600 anni fa
LECCE Un laboratorio del Cedad all'Università del Salento

Grazie ad uno studio con l’Enea che ha portato a stravolgere la storia dell’uomo

LECCE - L’uomo navigava nel Mediterraneo già 8.600 anni fa, ovvero già dalla fine del Mesolitico e non nel Neolitico come si credeva finora. La straordinaria scoperta è stata fatta da un team di ricercatori dell’Enea - Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che si è avvalso delle professionalità del Cedad, il Centro di Fisica Applicata Datazione e Diagnostica dell’Università del Salento, per la datazione.

Tale studio che sconvolge la storia dell’uomo, della geologia, della paleontologia , di archeologi e fisici, è stata effettuata sui resti di un pasto composto da una mandibola di cervo e vari molluschi, ritrovati all’interno della Grotta del Tuono di Marettimo (isole Egadi).

Gli scienziati salentini, geologi, paleontologi, archeologi e i fisici del Cedad attraverso lo studio approfondito di tali reperti hanno ricostruito, a partire dall’ultima glaciazione, la morfologia costiera delle isole Egadi, in Sicilia, stabilendo, tra l’altro, che circa 20mila anni Favignana e Levanzo erano collegate alla Sicilia mentre Marettimo era separata da essa da uno stretto canale. Essenziale è stato stabilire quando i resti del pasto rinvenuto nella Grotta del Tuono fossero stati consumati, perché questo avrebbe significato stabilire da quando l’uomo frequentava l’isola. E’ stato quindi possibile stabilire che l’uomo navigava nel Mediterraneo alla ricerca di cibo e nuove terre già 8.600 anni fa.

«Nella ricerca scientifica spesso è la collaborazione tra discipline e competenze diverse che porta alle scoperte più importanti e inaspettate - sottolinea il professor Lucio Calcagnile, responsabile del Cedad dell’Università del Salento - Questo studio, coordinato dal dottor Fabrizio Antonioli dell’Enea, rientra in una collaborazione molto fruttuosa e che da lungo tempo vede coinvolti anche numerosi ricercatori dell’Università di Roma “La Sapienza”, dell’Università di Palermo e dell’Università di Trieste e la Soprintendenza del mare. È un’ulteriore dimostrazione che il Cedad, nel corso di ormai quasi vent’anni di attività, si è imposto come punto di riferimento di livello internazionale nel campo delle tecniche fisiche per i beni culturali».

Il Cedad ha quindi ha dato un importante ed essenziale contributo, effettuando la datazione dei resti con il metodo del radiocarbonio con l’utilizzo dell’acceleratore di particelle da 3 milioni di volt. «Le datazioni sono state effettuate su gusci di mollusco (Patella), su ossa e sullo smalto dei denti - spiega il professor Gianluca Quarta, associato di Fisica Applicata a UniSalento e co-autore dello studio - mentre l’interpretazione dei dati sperimentali ha richiesto un’approfondita discussione con i diversi scienziati coinvolti. I risultati sono stati sorprendenti».