Ricavare biogas dai rifiuti, una realtà tutta barese

  • In BARI
  • mar 13 Febbraio 2018
Ricavare biogas dai rifiuti, una realtà tutta barese

La scoperta, brevettata alla Wipo, è dell’ingegner Concetta Giasi, docente al Politecnico di Bari

BARI - I rifiuti? Sono una risorsa pari ad una pietra preziosa. A Bari possiamo dirlo grazie ad un ingegnere donna che ha fatto una straordinaria scoperta.

«Mi sono imbattuta in un diamante del peso di 5 chili, l’ho ritrovato sul mio percorso. Ho faticato tantissimo per riconoscerlo, renderlo da grezzo a puro e portarlo a casa, ma mi sono resa conto di un’eventualità: che il mondo potrebbe rifiutare questa enorme pietra preziosa, ed accettare piccole pietre e non un diamante da 5 chili. Oggi sono proprietaria di un macigno di diamante ed incomincio a nutrire perplessità sul fatto che il mondo voglia utilizzare questa pietra preziosa a suo beneficio». A dirlo è la professoressa Concetta Immacolata Giasi, docente di Geoingegneria ambientale nel Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale, del territorio, edili e di chimica del Politecnico di Bari, che ha scoperto il “Processo per la produzione di energia da biomasse umide” competitivo dal punto di vista economico, ambientale, energetico, accettabilità urbanistica e territoriale.


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Una metafora, quella utilizzata dall’ingegner Giasi, per raccontare in breve una storia, lunga di burocrazia, fatta di tante soddisfazioni, fede ed ‘energia’ umana di cui la docente, per chi la conosce, è ricca quanto un vulcano. Tutto ha avuto inizio con una ricerca universitaria nel 2007, quando, dopo il mancato esperimento con un’altra importante azienda per la quale lo scopo era arrivare a come trattare i terreni di falde contaminate da idrocarburi. Da qui venne fuori l’idea di trattare questi materiali su base acquosa. L’attenzione quindi si spostò sui fanghi residui dei depuratori, visto che la ricerca, sin dall’origine, si basa su un processo per la materia organica, quindi «oltre i fanghi, può riguardare tutti i rifiuti organici, come i liquidi petroliferi, le acque di fogna, il letame e persino i rifiuti mercatali, per cui non ci sarebbe più bisogno dei compostaggi e l’umido, che raccogliamo e differenziamo, potrebbe essere trasformato in green energy in soli due giorni, mentre tutti gli altri processi di trasformazione necessitano di almeno 20 giorni per la trasformazione di un rifiuto».

Il metodo, sperimentato per un anno (da dicembre 2015 a dicembre 2016) dalla professoressa Giasi, insieme con il suo ex allievo e ora ricercatore in Geologia applicata, professor Nicola Pastore, è capace di rivoluzionare il mondo dei rifiuti e dell’energia, ed è stato per tanto brevettato dalla docente del PoliBa alla Wipo (World intellectual property organization) a nome della società spin off del Politecnico barese “Geet srl”, di cui la stessa Giasi è amministratore unico, mentre il professore Pastore è socio. Al momento la società barese possiede la proprietà intellettuale essendo stata iscritta nel registro internazionale delle invenzioni (sono bastati solo cinque mesi dalla richiesta).

L’esperimento ha riguardato la lavorazione di fanghi, che dapprima vengono depurati e quindi stabilizzati, tanto da poter essere stoccati e per lungo tempo non perdere le proprietà acquisite (sono inodori e non inquinanti), per essere trattati in seguito e ricavarne metano. Sottoposti ad un giusto processo vengono ridotti di volume producendo green energy. Il tutto a basso costo ed a impatto ambientale quasi ridotto a zero. Tutto ‘made in Bari’. Ma il sistema ha potenzialità tali da azzerare il problema dei rifiuti in tutto il mondo con la produzione di energia senza provocare danni all’ambiente ed alle persone.

Il processo, come spiega a Puglia positiva, la professoressa Giasi, «è stato sperimentato presso il depuratore dell’Acquedotto pugliese al rione Japigia dove viene trattata acqua di fogna. E’ qui che è stato utilizzato l’impianto pilota. E’ mobile ed è installato su un tir di 12 metri di rimorchio» e perciò consente di raggiungere qualunque depuratore. L’esperimento, tra non poche difficoltà burocratiche, ha visto l’arrivo di fondi comunitari nel 2009, parte dei quali purtroppo restituiti perché la creazione dell’impianto fu tardata a causa di un iter troppo lungo ed una serie di difficoltà. Poi nel 2013 la prima svolta, grazie all’allora rettore del PoliBa, Nicola Costantino, in seguito diventato presidente dell’Aqp, e l’inizio della sperimentazione con l’impianto realizzato al quartiere Japigia a Bari.

L’impianto non richiede alte temperature. Con tale strumento i fanghi si riducono al 95% ed il tutto avviene in 48 ore. I costi sono ridotti ad un decimo di quelli attuali. Dal processo inoltre si produce gas naturale (da una tonnellata di fanghi si ricavano 27 metri cubi, all’incirca la produzione di metano pari, giusto per avere un’idea sommaria, al consumo di quasi tre mesi di metano per l’uso domestico da parte di una famiglia). Il metano prodotto è quasi puro, in quanto la percentuale di anidride carbonica è pari allo 0,08% ed è utilizzabile sia negli impianti per riscaldamento, che per cucine e persino per quelli delle automobili. Per di più il fango residuo, non trasformato in metano, non è più tossico e può essere riutilizzato per realizzare materiali inerti come terrecotte, mattoni per l’edilizia o riempimenti stradali.

Nel 2017, tanto per avere una ulteriore idea della rivoluzione che questo processo può innescare a beneficio dell’ambiente e della salute dei cittadini, l’Aqp ha gestito circa 310mila tonnellate di fanghi, prodotti in tutta la Puglia, destinate al 54,6% nei campi, al 22,5% negli impianti di compostaggio, all’8,16% in essiccamento termico co-incenerimento e per il resto (14,8%) in discarica. A fronte di quanto si ottiene con il nuovo brevetto ovvero 21,16 metri cubi di biogas per ogni tonnellata di fango trattato dall’impianto di depurazione destinato a smaltimento. Con 310mila tonnellate di fango si potrebbero invece ottenere 6 milioni e 560mila metri cubi di metano in un solo anno, sufficienti a riscaldare circa 13mila appartamenti da 90 metri quadrati per sei mesi.

Inoltre, dai dati emersi della ricerca, un impianto per il trattamento di fanghi prodotti da un paese di 40mila abitanti, avrebbe una superficie di circa 730 metri quadrati con un’altezza inferiore a 10 metri. Tutto questo, per la professoressa Giasi, è solo un punto di partenza. Si potrebbe far molto di più poiché il processo potrebbe essere utilizzato per la trasformazione di qualunque tipo di rifiuto organico in biogas.

Un’idea geniale, insomma. E non esageriamo a definirla tale, visto che già altri Paesi, venuti a conoscenza di questo straordinario sistema, sarebbero interessati ad acquistarlo per realizzare gli impianti ecologici. Ma la professoressa Giasi vuole che siano la Puglia e l’Italia a beneficiarne, in quanto i rifiuti organici diventerebbero fonte preziosa di energia pulita da rivendere. La regione Puglia non avrebbe più bisogno di risorse energetiche. Non ci vogliono intelligenze sovrumane per capire che se tutto questo andasse fuori dall’Italia, e dalla Puglia in particolare, il nostro Paese ci rimetterebbe due volte. Prima per aver perso un’idea innovativa ed unica al mondo e poi per dover continuare a pagare, a chissà quali cifre, l’energia che invece potrebbe essere prodotta ‘in casa’ a bassissimi costi. Il rischio è alto visto che la Wipo è l’agenzia delle Nazioni Unite, con 191 stati aderenti al momento.

Dunque non resta che augurarci che l’idea resti qui, che qualcuno in Italia la adotti, per sfruttare i rifiuti che già abbiamo e ricavare energia, spendendo poche risorse economiche, per guadagnare rivendendola. Spesso si punta il dito contro la fuga di cervelli, non facciamolo, anche se già accade, pure per la fuga dell’ingegno. Facciamo in modo che la ricerca, tra l’altro un settore in cui le difficoltà sono note, laddove ci sono i risultati venga premiata sino in fondo e venga valutata come dovuta in Italia.

Anna Caiati