Innovativa pratica multi-interventistica per salvare due cardiopatici

  • In BARI
  • ven 25 Marzo 2022
Innovativa pratica multi-interventistica per salvare due cardiopatici

Pubblicata sulla rivista della Società Europea di Cardiologia

BARI - Due uomini ultra settantenni, con un grave quadro clinico cardiologico ad altissimo rischio cardiochirurgico, sono stati salvati grazie ad un intervento che ha previsto una combinazione innovativa di tecniche interventistiche adottate nell’Ospedale Santa Maria di Bari.

La nuova tecnica “re-inventa” dall’équipe di Emodinamica e Cardiologia Interventistica guidata dal dottor Alfredo Marchese, dell'ospedale barese che fa parte del gruppo Gvm Care & Research, ha ridotto i rischi grazie allo studio effettuato e pubblicato sulla rivista "European Heart Journal” https://scholar.google.it/scholar?as_ylo=2022&q=European+Heart+Journal+alfredo+marchese&hl=it&as_sdt=0,5&as_vis=1 della Società Europea di Cardiologia (Esc).

Entrambi i casi erano estremamente complessi e hanno richiesto procedure per il trattamento delle lesioni calcifiche e la contempoeranea sostituzione della valvola aortica mediante Tavi. Proprio la contemporaneità del doppio intervento costituisce la novità dell’Heart Team dell’Ospedale Santa Maria, scaturita dal costante impegno nello studio di approcci pionieristici per il trattamento delle patologie cardiache.

L’équipe di cardiologi interventisti, emodinamisti, cardiochirurghi, cardioanestesisti e perfusionisti, per trattare i due anziani uomini, di 78 e 79 anni, si è trovata di fronte ad un un quadro clinico, coronarico e ventricolare, particolarmente complesso per la sostituzione della valvola aortica (con una procedura mininvasiva di Tavi). Entrambi erano affetti da stenosi aortica severa, con coronarie e valvola aortica compromesse e restringimento del giunto aortico, con ostruzione pure dei vasi prossimali per lesioni calcifiche, per una grave malattia coronarica del tronco comune, che aumentavano il rischio “operatorio” della Tavi e andavano quindi risolte prima di procedere con la sostituzione della valvola.

“L'intervento preliminare per trattare le stenosi coronariche calcifiche era necessario per poter procedere in sicurezza con l’operazione sulla valvola aortica. Questo perché qualsiasi complicazione durante la sostituzione della valvola sarebbe stata ancora più grave in presenza di coronarie stenotiche non trattate – spiega il dott. Marchese – Tuttavia, l’uso di palloni ad alte pressioni o di sistemi tradizionali di ablazione della placca calcifica (Rotablator) avrebbero aumentato il rischio di complicanze coronariche anche fatali. Di qui l’uso della metodica di Shockwave per rompere in modo controllato la placca calcifica coronarica con ultrasuoni. L’intervento diviene però ancor più complesso se, a questo quadro coronarico, si associa anche una grave compromissione della funzione ventricolare (del ventricolo sinistro o talvolta biventricolare). Dovevamo trovare dunque l’iter terapeutico ottimale che portasse ad un beneficio concreto per intervenire su pazienti fragili e ad alto rischio procedurale”.

L’analisi ha evidenziato un quadro clinico molto simile tra i due pazienti, mediante gli esami preparatori e lo studio delle tempistiche, l’Heart Team ha quindi ideato un approccio multidisciplinare, combinando procedure e tecnologie già impiegate ma mai in maniera congiunta finora: sistema di circolazione extracorporea Ecmo in combinazione con un contropulsatore aortico (Iabp) per il supporto dell’apparato cardiocircolatorio, litotrissia coronarica per risolvere le calcificazioni e procedura di sostituzione della valvola aortica tramite Tavi.

“L’approccio mininvasivo utilizzato, le procedure di cardiologia interventistica e il coinvolgimento dell’Heart Team, non solo in fase decisionale ma anche all’atto pratico, ci hanno permesso di portare a termine interventi molto complessi su pazienti spesso molto anziani con comorbidità – aggiunge il dott. Marchese – Come nei due casi descritti, considerati ad altissimo rischio cardiochirurgico. Assistiamo così oggigiorno ad una riduzione del rischio operatorio per quei pazienti complessi che spesso hanno complicanze o lungodegenze e abbiamo l’opportunità di trattare anziani con comorbidità che altrimenti non sarebbero operabili”.

A distanza di oltre 8 mesi dagli interventi i pazienti stanno bene e continuano a sottoporsi ai regolari follow up previsti.